Cos’è la violenza di genere e perché ci coinvolge tutti


25/11/2024


Quando parliamo di violenza di genere, facciamo riferimento a “tutti gli atti di violenza contro il genere femminile che si traducono, o possono tradursi, in lesioni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà“, come indicato dalla Convenzione di Istanbul, un trattato internazionale contra la violenza sulle donne e la violenza domestica ratificato in Italia il 1° agosto 2014. 

Nella definizione appena data, si nascondono due questioni centrali, che non possono essere sottovalutate. In primo luogo, “incluse le minacce”. La tentazione potrebbe essere quella di riconoscere la violenza solo quando se ne vedono gli esiti tangibili, ma parliamo di un contenitore molto più ampio di così, un contenitore che ha spazio per la violenza fisica, ma anche per quella psicologica, quella economica, quella assistita - che subisce il minore che venga esposto a qualsiasi atto di maltrattamento verso la madre o un’altra figura significativa. 
Se parliamo di violenza di genere, dunque, parliamo di una piramide: l’apice è fatto di femminicidi e violenza sessuale, ma le fondamenta poggiano su una solida base di molestie, discriminazioni sul lavoro, stalking, linguaggio offensivo, battute sessiste.
In secondo luogo è da evidenziare la dicitura “contro il genere femminile”: la donna subisce violenza in quanto donna e la matrice di questa dinamica è puramente culturale. Esiste ancora uno squilibrio di potere tra gli uomini e le donne, che prevede un maschile dominante e un femminile subordinato, ed è da questo squilibrio che talvolta prendono vita forme di controllo, dalla gestione dell’abbigliamento alla limitazione delle uscite e dei contatti, fino all’illusione di poter disporre liberamente della vita altrui. 

Diventa quindi necessario utilizzare il nome corretto per definire questi comportamenti perché se non utilizziamo i nomi corretti per le cose, rischiamo di usare altre parole per definirle e la violenza diventa “gioco”, “goliardia”, “scherzo”. Chiamare le cose con il loro nome permette di riconoscerle quando ce le troviamo davanti, chiamare “violenza” la violenza, in tutte le sue forme, permette di stabilire la vastità e la pervasività del fenomeno, di dare dignità a chi si trova a subirlo, di valutarne le conseguenze e di affrontare come comunità il tema dell’educazione e della prevenzione. 
Nel corso della propria vita, 1 donna su 3 dichiara di essere stata vittima di una qualche forma di violenza fisica o sessuale, e più del 75% degli abusi sono esercitati da partner, familiari, amici. In Italia, ogni anno, più di 150 donne perdono la vita per femminicidio. 
Come per ogni fenomeno sociale che poggi le sue radici nella cultura della società, la soluzione non può che guardare alla società stessa. A una presa di coscienza collettiva deve seguire un impegno serio e determinato sul fronte dell’educazione, che deve riguardare tutti e tutte. L’educazione al rispetto e all’ascolto empatico e non giudicante sono prerequisiti fondamentali per pensare un nuovo modello relazionale che si sviluppi a partire dalla libertà e non dal possesso, che promuova la salvaguardia dell’indipendenza e preferisca autonomia e autodeterminazione a gelosia e controllo. 

Ogni persona è chiamata ad avere un ruolo attivo in questo processo, ogni persona deve prendersi la responsabilità di scegliere da che parte stare e come usare la sua voce. La responsabilità di affrontare la violenza di genere non può essere delle donne che la subiscono, è piuttosto della società che deve tutelarle, credere alle loro parole, fare rete per fornire tutto il sostegno possibile. 
E “società” significa anche prestare attenzione alle nostre amiche e alle nostre sorelle, ascoltare le loro parole e provare a cogliere le loro necessità, anche quelle che non riescono a verbalizzare; significa non mettere in dubbio le loro confessioni, quando arrivano, e fornire supporto e ascolto sincero. “Società” significa scegliere con cura le parole da usare e i commenti da fare, soprattutto se sei un uomo: quello che per te è uno scherzo che hai già dimenticato, per qualcun’altra potrebbe essere fonte di paura. “Società” significa crescere consapevolmente figli e figlie, che saranno gli uomini e le donne che abiteranno le “società” di domani. 

Ringraziamo la Dottoressa Giada Fumagalli per l'articolo.

 

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